Con Six Feet Under non è scoccato il colpo di fulmine, ma l’ho vista per intero: cinque stagioni. Confesso di essere stato più volte attanagliato dalla noia, specie quando gli episodi scorrevano lentamente senza evoluzioni nel plot principale; comunque nel complesso l’ho vista con piacere e l’ho apprezzata – credo – fino in fondo. Sono tanti i buoni motivi che me l’hanno fatta bollare come una serie media nel panorama delle serie, tuttavia non voglio prodigarmi nella solita lista della spesa, perciò comincerò con l’alibi più grande che le concedo: riconosco di averla scoperta con enorme ritardo rispetto alla sua prima uscita. Ragion per cui dovrò rinfoderare tutti i coltelli che potrei appenderle sulla schiena oggi, in qualità di spettatore maturo. C’è un fatto vero: l’apparato narrativo di Six Feet Under è piuttosto seriale e superato, ma è altrettanto vero che essendo stata concepita nel 2001 neppure le si può rimproverare di essere datata. Del resto, la prima stagione di Lost è del 2004.

Il classico film per la tv, come lo chiamano gli americani che di questo genere detengono la ricetta originaria, ha attraversato molte fasi e ciò che sta prima del 2004 nella maggior parte dei casi può essere ignorato. L’anno di Lost è stato il primo vero spartiacque: in quel momento e grazie a quella serie si compiva un prodigioso balzo in avanti, riscrivendo la grammatica dei dramas. E in questo, Lost ha esibito la naturale abilità di catalizzare per la prima volta nella storia anche l’attenzione dei cinefili più fondamentalisti, convertendone decine di migliaia al piacere di un prodotto di massa che in quel momento trapassava la sua vocazione popolare per giungere con una veste nobile verso un pubblico ancor più numeroso e vario. Pubblico cui fieramente appartengo. Ma torniamo a Six Feet Under. E’ una serie interessante e, scavando sei piedi sotto la superficie, ho scoperto giusto tre motivi per cui ne sia valsa la pena.

Uno. La linea della vita, ovvero ‘cibarsi del bisonte’ ucciso. I protagonisti di Six Feet Under sono impresari di pompe funebri e (quasi) ogni puntata si apre con la vita di un essere umano che viene stroncata all’improvviso e si chiude con la cerimonia funebre per il defunto. Molti elogiano la serie per l’originalità con cui esorcizza il tema della morte e in effetti sotto questo aspetto Six Feet Under si propone come un prodotto ambizioso. L’effetto ottenuto non è stato il semplice sdoganamento di un tema delicato da trattare nelle giuste dosi, come in un telefilm poliziesco appunto, Six Feet affronta il tabù della morte rendendolo ricorsivo e centrale, a ogni puntata, ed è come avvicinarsi al bisonte appena ucciso e affondare le mani nel suo cuore sanguinolento per portarlo alla bocca e cibarsene.

Due. Parlare coi morti, diversamente dal solito. Non mi è mai piaciuta nella tv figuriamoci nei film quella scemenza per cui un personaggio morto fa capolino tra i vivi, parlando come dall’aldilà. E’ una cosa che non ho mai provato in vita mia, il gusto di una conversazione immaginaria col defunto, perciò trovo che chi l’abbia inventato per prima in letteratura e chi l’abbia tradotto in film abbia scritto una buona metafora e da allora tutti gli altri che si ostinano a propinarci la stessa metafora stanno ricalcando penosamente un cliché. In Six Feet Under questo topòs ricorre continuamente, ma non si tratta di un cliché dal momento che gli autori hanno introdotto subito una variazione sul tema. I cadaveri – l’abbiamo detto – sono la materia prima che permette ai protagonisti di guadagnarsi da vivere, ma con quel corpo morto adagiato in piano nell’atto di essere sistemato e ricostruito nei casi di morti violente, i protagonisti intessono dialoghi e relazioni. Questa variazione cambia la grammatica del discorso, al punto che quando a fare capolino sono i defunti amici e parenti dei protagonisti, il racconto sta in piedi, perché con la morte e con i trapassati i personaggi hanno già innescato un collegamento che fa parte della loro vita di ogni giorno e che – solo in questo caso e nella dinamica di questa serie – giustifica l’immagine allegorica.

Tre. Ne vale la pena, perché ci mostra come si faceva una volta. Di Six Feet Under ho un po’ detestato e quindi anche amato la svolta coraggiosa intrapresa dagli autori nella quinta e ultima stagione. L’intera serie nata come un ibrido che sa mescolare dramma e commedia simpatica, nel corso di due o tre puntate della season finale si trasforma in un insieme ininterrotto di catastrofi intime. Tutto va a rotoli, ma non solo, ogni occasione come potrebbe essere il racconto di un avvenimento passato rievocato per caso in quel momento, per scelta degli sceneggiatori diventa una storia tragica e dolorosa che non dà scampo a chi guarda. Oggi le migliori serie televisive sono concepite con alchimie perfette, equilibri che si rompono e si ricompongono episodio dopo episodio, offrendo a chi guarda un mix esemplare di emozioni dolorose, umorismo, momenti concitati. Per questa ragione ogni tanto rivedere un prodotto più acerbo, forse un tantino meno studiato e meno rodato, può regalare una scoperta inattesa. Da provare.

Sei trasformato alla grandezza di una moneta da cinque centesimi e gettato in un frullatore. La tua massa è stata ridotta, quindi la densità rimane uguale. Le lame inizieranno a muoversi dopo 60 secondi. Che cosa fai?

Rispondi a questa domanda e potrai guadagnarti una internship – volgarmente uno stage – in Google. Non valgono le scorciatoie furbe tipo mi appiattirei sul fondo, perché come ti spiegano nella interview “il frullatore non smetterà mai di ruotare” e resteresti lì a vita. Soprattutto più della domanda è essenziale il momento in cui questa ti viene posta. Ovunque, in qualsiasi direzione ci voltiamo, è crisi nera: la recessione appare senza fine, le piccole imprese chiudono, i dipendenti vengono licenziati a migliaia. La domanda è quasi una metafora: se non hai un impiego, devi necessariamente lavorare di ingegno oppure sognare. Sognare un’occupazione, sognare la possibilità di un datore che non abbia necessità di sfruttarti e anzi sia interessato a quanto puoi offrire di originale, interessato al tuo valore e alla tua scintilla che puoi mettere al servizio dell’impresa.

In questa temperie di disagio, di speranza e di sogni, in Italia come in Europa, Google conta di fare ulteriore breccia con una commedia dal sapore di marchetta dichiarata. Non si tratta di banale product placement, anzi si vola piuttosto oltre. Due attori da blockbuster, una distribuzione in pieno periodo vacanziero e la propaganda di ambienti che ricalcano gli uffici di Mountain View (il Googleplex), ormai diffusi e arci-noti in tutto il mondo: scivoli in loco di scale e ascensori, vetrate immense dentro e fuori, giardini ciclabili con vintage-bike multicolori, grandi schermi, aree ristoro con cibarie gratuite, tutto questo evoca l’immaginario di un luogo oltre il tempo, nella sceneggiatura ribattezzato più volte come Eden. Google è l’Eden e Siate affamati siate folli, l’imperativo di Steve Jobs, si adatterebbe bene anche ai sognatori candidati a questo Eden in terra.

Per noi italiani, recarci al cinema in questo agosto 2013 e curiosare sulle aspirazioni lavorative d’oltreoceano ha il gusto di una visione extraterrestre. E’ divertente, come nelle commedie da cassetta ci ridiamo sopra, ma appena scomparso il sorriso tutto sembra irrimediabilmente lontano. Per altri come me poi, lavorando sul web a contatto con gli account manager di Google Italia, la Silicon Valley ha tutta l’aria della NBA, mentre qui nel belpaese ci attardiamo nella partitella domenicale da palestra scolastica sognando un domani migliore. Così, inquadrata nel clima da all stars rischia di funzionare anche la gigionata di Sergey Brin e Larry Page, di permettere alle macchine da presa di entrare nel luogo magico, prestandosi pure essi stessi come comparse appena intravedibili a inizio e fine film. E funziona perfino la favola moralista di questo The Internship, dedicato agli ultimi, gli stagisti (Nooglers li chiamano a Mountain View) in un’azienda che eccede fin dalle ambizioni: cambiare la vita di tutti e farlo in meglio. Innovare il day-by-day del resto del mondo.

Non sono un critico cinematografico, perciò il fatto che desta più di ogni altro la mia curiosità è che la finzione vada a segno proprio a partire dalle poche cose in cui Google ha fallito nella realtà, tipo l’annoso confronto con Facebook. Sappiamo, è vero, che i dipendenti Google sono mediamente più felici dei dipendenti di Facebook anche se guadagnano meno, sappiamo però che per i due creatori di questo straordinario algoritmo che permette di classificare lo scibile dell’informazione sul web, e per Larry Page in particolare, quella contro Facebook è una crociata ai limiti dell’ossessione. Il segreto non più segreto è trapelato più volte: lo dichiarò urbi et orbi James Wittaker (Engineering Director in Google, ora passato in Microsoft), ma l’opinione risulta confermata in momenti diversi anche da altri ex dipendenti di spicco come Spencer Tipping che stilando i pro e contro della cultura aziendale di Mountain View annoverò Google+ (l’anti-Facebook) al primo posto tra i contro e da Steve Yegge (uno degli sviluppatori senior di Google, ancora al suo posto) che accidentalmente pubblicò un memo destinato a uso interno, in cui ammetteva il fallimento di Google+, ritenuta una pessima imitazione di Facebook e giunto tristemente secondo su un terreno assolutamente non congeniale agli ingegneri di BigG. Perché Google si volesse cimentare in una barbara copia di Facebook? Per ragioni di business, certamente, ma pure per ybris, l’arroganza del primo della classe che non vorrebbe concedere neppure un break all’avversario.

Altro che break, su altri fronti Larry Page ha già perduto la sua battaglia contro Mark Zuckerberg. Tant’è che perfino i più esperti predicono che nella Silicon Valley potrebbe accadere di tutto in un prossimo futuro ma scrutando l’orizzonte, in questa navigazione a vista, non sentono che di qui a breve il colosso Google possa liquidare il cugino cattivo Facebook. Due giganti che rappresentano due facce della stessa medaglia, due aziende che godono, ciascuna nei confronti dell’altra, di un vantaggio competitivo enorme nel proprio campo di gioco. Su una scacchiera contesa, però, The Internship fa segnare a Google un punto importante – come dicevo – proprio per un aspetto in cui Google ha fallito nella realtà: la simpatia rispetto a Facebook. Il film The Social Network (2010), focalizzato sullo sfigatello che nel volgere di un lustro è stato proclamato da Forbes il più giovane miliardario del pianeta, era un film giudiziario, quasi noioso nella sua fedele ricostruzione dei personaggi che attorniavano il genio di Harvard. Un film fatto di nemici. Al contrario, la commedia su Google pur senza alcuna pretesa autoriale, sa fare il verso alla galassia di Mountain View, traendone un’instantanea di persone che entrano nel posto magico con un sogno ed escono col sorriso di chi ne abbia ricavato comunque un’esperienza, scoprendo nuovi amici e lo spirito giusto per rimettere in ordine le priorità della vita. E forse mai momento potrebbe essere più propizio di questo, se com’è vero che in un frangente di crisi dobbiamo radunare le migliori energie e le idee.

Dunque, con The Internship Google ha vinto sdoganando la propria immagine. Non più quella di semplice fucina di talenti geek, con un approccio ingegneristico al mondo, bensì una location da commedia colorata. Scippando così quell’approccio bottom-up che sempre ha caratterizzato invece Facebook. Sì, perché Facebook resta un’azienda mono-prodotto che contrariamente alla rivale non ha inventato nulla, se non il modo di collegare chi si conosce già, e l’ha fatto sapendo appropriarsi del bisogno di socializzare innato nell’uomo, avvicinando gli anziani alla tecnologia, partendo dal basso, dai ragazzi di cui ha plagiato il tempo libero, le relazioni, lo spazio naturale in cui ciascuno potesse esibire in rete qualcosa della propria persona. Non così Google che meglio degli altri ha osato innovare e rinnovarsi, giocando una partita su più fronti: motore di ricerca, caselle email, condivisione documenti, cloud computing e dozzine di altri servizi. Squadre di ingegneri che tra successi e fallimenti lavorano su progetti complessi lasciando poco al caso. E ora anche un film che ha il marchio di fabbrica fino ai titoli di coda.

Ecco, visto così l’ufficio-acquario di Facebook in confronto all’Eden di BigG sembrerebbe una noia d’altri tempi.

Wikipedia ha lanciato una nuova campagna di raccolta fondi e penso sia importante condividerla e donare.

Ma è anche una buona scusa per riprendere un bel TED Talk di due anni fa, durante il quale Jimmy Wales fornendo alcuni insights sull’organizzazione di Wikipedia sintetizzò in maniera perfetta il successo di uno dei progetti più profondi e condivisibili presenti su internet. Durante il discorso Wales pronunciò questa frase: “Wikipedia è sempre aperta ai cambiamenti”. Un pensiero che potrebbe suonare banale e ritrito, ma che nella fattispecie non lo è.

In fondo cosa significa essere aperti ai cambiamenti? Tantissime aziende che operano su internet, perfino i colossi, per quanto abbiano alle spalle storie lunghe e riscontri da capogiro sia in termini di business che di numero di utenti, sanno di doversi continuamente rinnovare per esistere. Google e Facebook, giusto per fare due esempi, sono aziende di prim’ordine che vantano una eredità enorme in termine di capitali e di numero di utenti e che per questo potrebbero fermarsi e restare sulla cresta dell’onda ancora per diversi anni, eppure devono continuamente votarsi al cambiamento. La frase di Wales e l’esempio di Wikipedia però restano unici, a dispetto di Google o Facebook, perché Wikipedia è una realtà aperta ai cambiamenti in modo unico.

Per avere soltanto un assaggio di quest’apertura suggerisco la visione di questo TED Talk (specialmente nella seconda parte). Ma soprattutto aggiungo una cosa. Non mi viene in mente nessun altro esempio, di successo o meno, in cui le regole siano fatte dai volontari e dalla comunità e non, al contrario, regolate da un software, da un algoritmo o da un principio meccanico legato a revenue, interessi, tassi, indici. Sancire regole e farle applicare ai software è una tentazione enorme, ma trascura profondamente il lato umano che regola le intereazioni e la conoscenza condivisa e condivisibile, rischiando alla lunga di disperdere il capitale della comunità.

Ora, esistono svariati talks che parlano di gruppi di persone e di community, di quali siano i princìpi fondanti, di come si gestisca una comunità e tutto il resto. Tant’è che il community management è diventato un mestiere diffuso in seno alle aziende che abbiano aperto una qualche vetrina sul web. Qui Wales però ci fornisce un altro punto di vista. Il punto di vista di una Fondazione, non guidata dal profitto e che per questo può lasciare che l’utilità collettiva si regoli da sola, senza una teoria o una tesi che stia necessariamente a monte. Tale criterio vale perché non esiste una mano invisibile che debba ricondurre il tutto verso un interesse privato, non esistono competitors, e trattandosi di una comunità potenzialmente infinita la cabina di pilotaggio ammette un criterio di guida naturale, a più teste. Dice Wales: una enciclopedia per ogni persona.

 

Allora non può ritenersi un caso che domandando a dieci persone qualunque, quali sono i primi lati positivi che vengono in mente parlando di internet, costoro associeranno il web a valori come la libertà, la gratuità, l’utilità e all’aspetto della condivisione. Esattamente i tratti principali che hanno ispirato e favorito la diffusione di Wikipedia.

Tra due giorni uscirà nelle librerie il nuovo romanzo scritto da Alessandro Baricco. Si intitolerà Mr Gwyn e ha un bel sito teaser, ospitato da Feltrinelli. Tuttavia il fondatore della Scuola Holden è riuscito, in questi due giorni che precedono l’uscita del libro, a catalizzare l’attenzione con due esibizioni pubbliche.

La prima alla stazione Leopolda, per il nuovo movimento di Matteo Renzi, il quale ha dichiarato guerra al PD in vista delle prossime elezioni. La seconda è andata in onda nello studio di Fabio Fazio, dove Baricco con un lungo monologo ha cercato di spiegare il motivo per cui si scrive, il perché lui scrive.

IL DISCORSO PRO BIG-BANG, ALLA STAZIONE LEOPOLDA

 

 

 

 

IL MONOLOGO SULLA RAGIONE CHE SPINGE A SCRIVERE

 

 

 

Sono approdato al Kindle relativamente tardi. Per tutta una vita ho amato l’odore fresco della stampa, il piacere tattile del libro rilegato, la comodità di un supporto che puoi mettere in borsa senza paura, scarabocchiare e sottolineare senza fatica, sfogliare più e più volte per capire con esattezza e a colpo d’occhio quante pagine ti separino dalla fine. Questi piaceri per i gesti semplici, ovviamente, non li ho smessi quando ho comperato Kindle.

Da qualche anno ormai, il confronto tra editoria tradizionale ed elettronica sta sfoderando tutti i luoghi comuni del caso, per stabilire nella pubblica piazza quale traiettoria sia giusto seguire onde trainare le vendite e traghettare lontano dalla stagnazione il mercato dei libri. Edizioni di pregio con copertina rigida, o formati digitali agili e condivisi? Tomi spessi e rassicuranti, o testi brevi, adatti per lo schermo? Gli effetti del dibattito, a volte interessanti talvolta però anche grotteschi, fino a oggi hanno visto prevalere posizioni preconcette. Di fatto, che lo si voglia o meno, il dibattito sugli ebook è un dibattito nato zoppo, in quanto la maggior parte delle persone che parte prevenuta sul lettore elettronico non ha mai posseduto un Kindle, o non l’ha mai provato per un mese intero o per leggere un intero libro. Inoltre, l’oggetto della disputa è sterile, perché come per ogni diatriba epocale, si finisce con il semplificare le posizioni e farne un discorso di squadre: o stai di qua, o sei di là; e soprattutto, si vanno a corroborare equazioni pelose. La prima che mi viene in mente, cavalcata recentemente anche dai giornali più influenti, è che i lettori veri siano quelli che ancora amano il cartaceo, mentre gli altri sono tutt’al più dei ggiovani vogliosi soltanto di sfogliare i testi, zompando allegramente da uno all’altro, come sono già abituati a fare con la musica, quando saltano la traccia mp3 che non gradiscono, pur di non ascoltare l’intero disco nell’esatta sequenza concepita dall’artista. La seconda obiezione, subito dietro, è che gli ebook stiano cannibalizzando il mercato, come il vecchio Napster e gli mp3, in un primo momento, hanno fatto con l’industria musicale. Ebbene, al cospetto di certi discorsi, una presunzione ce l’ho: ho imparato che, quando il tenore delle discussioni è al di sotto della soglia di guardia, conviene lasciar perdere e impiegare meglio il proprio tempo. Sicché, a ragion veduta, entrare nella querelle per dire la mia sugli ebook, sinceramente, non m’interessa. Piuttosto, con questa breve riflessione, vorrei limitarmi a raccogliere qualche evidenza sul futuro dell’editoria, avendo maturato la certezza di non volermi più separare da un buon e-reader, sia esso Kindle, o qualcos’altro. Precisamente, le evidenze che vorrei rimarcare sono appena tre.

La prima trae spunto da una ricerca, condotta circa un anno fa, presentata dal Wall Street Journal. Dove è emerso che i possessori di lettori di libri elettronici, in media, consumano più libri. Mi piace citare questa ricerca, perché ho potuto appurare sulla mia pelle, anche indagando fra amici, che di solito va in questo modo: quando si comincia ad avere poco tempo libero e oberati dal lavoro si finisce per mettere in secondo piano il piacere di un buon libro, un dispositivo comprato a caro prezzo, da tenere sempre con sé, contribuisce a fornirci nuove occasioni e nuove opportunità per leggere. La questione però non va ridotta al piacere per il feticcio tecnologico. Il punto semmai consiste nella velocità di fruizione. Sovente a mancare non è il tempo per la lettura, ma tutto il tempo che sta intorno al libro: la sua scelta, la voglia e la possibilità di acquistare un titolo che fosse quello voluto e prescelto entro un lungo catalogo di opzioni, o ancora consigliato mesi addietro da un amico. E’ vero: oggi in rete si acquista agevolmente, il libro viene imballato e recapitato a casa, senza notevoli aggravi di spesa. Con ciò, va detto che la disponibilità elettronica è un’altra cosa. L’acquisto avviene in pochi istanti e a prezzi sensibilmente inferiori. Senza considerare che tale disponibilità è pressoché infinita. Inoltre non presenta barriere, specie per coloro che non potendosi permettere di comperare l’ultimo romanzo di Umberto Eco a 22 euro a copia, preferiscono – diciamo così – farsene prestare una versione digitale, da un conoscente.

Il secondo rilievo concerne invece l’esperienza. Chi possiede oggi un Kindle, possiede forse il meglio che offre il mercato, ma di fatto utilizza una tecnologia vecchia. Uno piccolo schermo da sei pollici a 12 tonalità di grigio e senza retroilluminazione. All’inizio non sembra neppure così intuitivo usarlo per delle sottolineature o per estrapolare delle citazioni. Insomma, basterebbe questa evidenza per sgomberare il campo sulla possibilità che si tratti dell’ennesimo feticcio o del più classico giocattolino, eletto a status symbol da esibire a ogni angolo di strada: l’oggetto in sé non è un artificio di raffinata tecnologia e non ha innovazione. Assolve soltanto un compito: cercare di restituire quanto più fedelmente l’esperienza di lettura di un libro, di fatto però inaugurandone un’altra, perché leggere su Kindle è qualcosa di diverso. Implica dei benefici, ma comporta anche delle perdite sul piano sensoriale: udito e tatto sono i primi sensi a uscirne penalizzati. Eppure, nonostante la tecnologia vecchia e la scarsa diffusione degli ebook, Kindle – per chi l’abbia usato – è diventato un compagno insostituibile per varie ragioni e tutte di ordine pratico. Il punto è che chi ama i libri fa fatica a separarsene. E quanti come me traslocano con frequenza, presto o tardi corrono il rischio di trovarsi parti consistenti della biblioteca personale esiliate in garage. A ciò si aggiunge la facilità con cui è possibile mettere in relazione passaggi e ricerche di testi, o all’interno del testo, favorendo quelli che sono appunto i rimandi e le citazioni da un testo a un altro. Di fatto – se come insegna la semiotica – una delle condizioni costitutive di un testo è l’intertestualità, il supporto digitale di certo amplifica le opportunità connesse a questo aspetto, sovente trascurato nei libri.

Da ultimo, la terza considerazione s’incardina sull’annosa questione del copyleft, della duplicazione illecita, del collasso che potrebbe innescare la distribuzione digitale su larga scala. A questo proposito mi sembra interessante citare l’esperienza di Wu Ming. Wu Ming è un collettivo di autori che fin dall’inizio oltre a distribuire le proprie opere in libreria, le ha rese disponibili per il download, gratuitamente, su internet; il collettivo, ritenuto un’avanguardia letteraria assai attiva in rete, da sempre lascia liberi i propri lettori di comperare i testi oppure di scaricarli, eventualmente donando un contributo all’omonima fondazione. L’11 luglio 2011 Wu Ming ha lanciato in rete Il sentiero degli dei, un’opera letteraria inedita. Il giorno successivo, il testo aveva ricevuto 2569 download e, contestualmente, ben quattro donazioni per un totale di 16 euro. Rendendo pubblici questi numeri, in un tweet del giorno successivo si faceva presente che se per ogni download Wu Ming avesse ricevuto due euro, in un solo giorno avrebbe guadagnato più di quanto ricava dalle royalties di un anno di libreria. Questa riflessione dice due cose. Uno: che l’attuale mercato editoriale garantisce agli scrittori, pure affermati, compensi ancora inadeguati (7-10% lordo del prezzo di copertina). E, due, che il mercato degli ebook va regolamentato al più presto. Le spese di distribuzione finora hanno impattato in maniera sproporzionata sulla filiera editoriale, condizionando in qualche caso perfino la pubblicazione. Internet e le economie della coda lunga, invece, ci insegnano che questo tempo è ormai finito: la disponibilità digitale porterà con sé più lettori e meno intermediari e un sistema di distribuzione più meritocratico e meno centralizzato. Tradotto in altri termini, significa molti più benefici soprattutto per i due estremi della filiera: gli autori e i lettori. Infine, quando i possessori di ebook readers non saranno più, come sono ora, degli early adopters, ma il mercato sarà entrato in una fase più matura, allora la regolamentazione e le fees più contenute favoriranno il meccanismo duplice che Wu Ming auspica: guadagni adeguati per gli autori e prezzi ragionevoli imposti ai consumatori di libri. Niente di diverso dalla rivoluzione che l’iTunes Store di Apple ha imposto all’editoria discografica.

Mobydick è un progetto che avevo concepito insieme a un amico, durante gli anni del liceo. Nel 2001 il nostro vecchio istituto inaugurava il suo sito ufficiale e, allo scopo, aveva chiesto a studenti ed ex studenti, un contributo in forma di pagine html. Così realizzammo Mobydick che, pur essendo ormai un fossile, quest’anno ha spento 10 candeline.

Nel 1994, dopo la discesa in campo di Berlusconi, tutto stava cambiando. Era ancora un’Italia piena di sogni e di voglia di fare, tant’è che nel 1996 la vittoria dell’Ulivo alle nazionali presagiva prospettive di miglioramento, a prescindere dalle idee politiche. Ad animarci allora era una forza vivace, immune dalla rassegnazione subentrata invece in questo lustro post-crisi finanziaria.

Fu così che in una cantina, io e Benjamin fummo ispirati per un progetto culturale concepito per la rete. Mentre altri dai garage davano alla luce progetti milionari, noi sapevamo benissimo che il nostro non avrebbe prodotto nulla. L’idea era antieconomica fin dal principio, di quelle che soltanto possono albergare nelle menti di due quindicenni di un liceo classico milanese. In embrione c’era il proposito di riunire testi teatrali e letterari, coniugandoli in un forum libero che potesse ospitare confronti e opinioni, quand’ancora il social networking era cosa ignota e phpBB era una piccola entità lontana dall’Italia. Ne scaturì un sito molto artigianale, con evidenti limiti grafici e profondamente 1.0, ma che serviva sufficientemente allo scopo. Anzitutto, rispecchiava l’energia e l’illusione di poter dire qualcosa che non fosse retorico. E tanto bastava, sicché su quest’onda di entusiasmo preparammo il primo numero.

Emersero però due fatti, di cui presto ci rammaricammo. Uno: il primo numero finì per usare la letteratura, purtroppo insieme a un mix troppo abbondante di articoli giornalistici. Insomma volava basso. Come ho detto poc’anzi, erano anni in cui il nostro premier aveva già palesato una natura che professandosi liberal, metteva in atto provvedimenti tutt’altro che libertari. Fatto che condizionò, all’eccesso, i contenuti del primo Mobydick. D’altro canto, pur adottando un taglio culturale, sentivamo di non poter ignorare il clima dell’Italia di allora e, benché rifuggissimo la politica in senso stretto, ci tenevamo a dire qualcosa sull’attualità. Il secondo fatto che ci rammaricò perfino di più, fu che il primo numero restò l’unico. Non ne seguirono altri. E Mobydick rimase cristallizzato per anni, con questa Pietra sopra a fare da monito.

Oggi compie il decimo compleanno, dunque nell’era di internet questo farebbe di lui un fossile.

Social è il concetto che sta alla base delle reti: le persone si ritrovano in un luogo virtuale, che ormai – nella percezione comune – tanto virtuale non è più, dove pubblicano foto, pensieri, messaggi, e li condividono. A ben vedere è stata forse la trasformazione più ovvia, subita dalla rete. Il vero spartiacque tra un prima e un dopo. La fase prima è iniziata alla fine degli anni Novanta, quando comunicare in diretta su internet era possibile grazie alle chat sui canali IRC, o grazie a ICQ, ma condividere era ancora una parola semisconosciuta; uno stadio ancora immaturo della rete, durante il quale aggregarsi, nel senso di creare eventi e appuntamenti in rete, o riunioni e videoconferenze, era cosa fuori portata. La fase seconda, dieci anni dopo, ha coinciso con la diffusione dei social network, oggetti ingombranti certo, ma che lentamente hanno saputo impadronirsi della rete, catalizzando interessi e traffico, con l’obiettivo neppure troppo velato di inglobare il maggior flusso di dati (che naturalmente transitano su internet) direttamente all’interno del proprio frame: la piattaforma social in questione, sia essa Facebook o Google+, o la prossima che vorrà affacciarsi in questo mercato.

Il punto raggiunto è uno stato in cui il social media oggi è la particella elementare del concetto di rete. Le ultime statistiche mostrano dati inaspettati, almeno per chi osserva e concepisce la rete come un insieme poliedrico di attività e di opportunità entro le quali scegliere. Nielsen ci fa sapere che più dell’80% del tempo trascorso in rete viene impiegato su Facebook o su Twitter; mentre la restante quota inferiore al 20% viene ripartita su tutte le altre attività non social, come cercare su Google, navigare sui siti, scambiarsi files. Dinanzi a questi dati, viene in mente che se per assurdo oggi deprivassimo la rete dei social network essa non perderebbe neppure il 5% delle sue funzionalità, ma senz’altro evaporerebbe buona parte del suo appeal e, dunque, molto del potenziale d’investimento che proviene dal segmento business. Un segmento disposto a investire denaro essenzialmente per intercettare le persone. Ergo, è inutile negarlo: i grandi numeri appartengono a Facebook, Twitter, LinkedIn, senza queste piazze di aggregazione centralizzata, si sciamerebbe di nuovo verso i vecchi forum, i newsgroup e le chat, piccole monadi dove occorre scrivere moltissimo e dove il clic non è azione sufficiente per condividere qualcosa con tutti gli altri. E l’equazione che ne consegue sembra piuttosto semplice: se facessero a meno dei social network gli attuali consumatori di internet – e di banda larga – ipoteticamente potrebbero riallocare il loro tempo in maniera differente, destinando alla rete una ridotta percentuale del tempo che vi trascorrono oggi. Ciò varrebbe in particolare per la maggior parte degli utenti, i grandi numeri, in quanto per i nativi digitali, i geek smanettoni e i web addicted, non esistono barriere di sorta e il legame con la rete è ben più profondo e saldo che per il resto degli utenti.

Ma cosa è cambiato con la possibilità di socializzare su internet e soprattutto come può intervenire questo fattore nel nostro quotidiano? E’ pressoché impossibile tentare una sintesi, ma provando a ridurre la complessità in un concetto potrebbe valere su tutto la fortunata espressione del sociologo polacco Zygmunt Bauman: la liquidità. Società liquida, vita liquida, modernità liquida. Tre espressioni per indicare la possibilità di un nuovo spazio, stavolta delocalizzato che via via potrebbe per molti aspetti sostituirsi allo spazio fisico. Non solo: l’abolizione delle distanze e la convergenza verso spazi pubblici virtuali ha di fatto abbreviato i tempi di connessione tra le persone.

Scrive Bauman: “In un contesto simile è l’istantaneità, e non più la durata, a orientare le nostre esperienze, fiaccando progressivamente la nostra presa sul presente“. Un concetto, questo, ben rappresentato dalla metafora di una sostanza liquida, senza forma, capace di scivolare sulla superficie, adattandosi di volta in volta al contenitore, ma allo stesso tempo incapace di modellare, essa stessa, uno spazio. Bauman formula questa teoria facendo emergere gli aspetti deteriori della mutazione in atto. Personalmente, però, pur sposando l’ammaliante metafora della liquidità che mi pare descrivere magnificamente lo spirito moderno, prediligo un’altra chiave di lettura. Abbracciando l’esistenzialismo filosofico, ritengo infatti che il cambiamento in atto non possa essere giudicato, né positivo né tantomeno negativo. Del resto, assumendo la felicità come uno stato mentale, del tutto individualizzato, si può comprendere più facilmente come anche soltanto la potenzialità di nuove connessioni e brevi condivisioni possa determinare momenti felici. Allora, si accusa la rete e si accusa il social networking di peccare di eccessiva virtualità, o liquidità – per dirla con Bauman – ma si trascura di osservare l’insieme, dove finanche la mente e il pensiero sono di per sé spazi virtuali, immaginari, ipotetici e trans-oggettivi.

Cinque anni fa, circa, mi chiesero di scrivere un micro-saggio sulla fotografia. Al tempo frequentavo alcuni forum sul tema e giravo con una Nikon digitale in tasca. Ovunque andassi. La fotografia era per me una passione acquisita, nel senso che corrispondeva a un amore per l’immagine che avevo ereditato dal cinema e dai film. Perciò dovendo scrivere qualcosa, fui incuriosito, fin da subito, dalla possibilità di sviscerarne un aspetto in particolare e cioè la dimensione dell’esperienza. In particolare, un radicale cambiamento in atto consisteva nel modo in cui stavamo cominciando a fruire le immagini. Facendo un’analogia con il cinema: quando ci rechiamo in una sala cinematografica, ci sediamo su una poltrona, si spengono le luci e la fruizione diventa parte integrante dell’esperienza, assorti come siamo nella visione. Al contrario, la fruizione della fotografia si sta continuamente ridefinendo. Con l’avvento del digitale che ha introdotto la possibilità di manipolare facilmente le immagini perfino a casa in ambiente domestico, la consumazione della fotografia rischia di diventare frettolosa, lontana dall’atto del pensare.

Guardandoci indietro, cosa osserviamo? Osserviamo che per qualche anno, pur catturando le nostre fotografie grazie alla tecnica digitale, abbiamo continuato a stamparle su carta; poi si è passati alle cornici digitali da usare più o meno come oggetti d’arredo; infine molti prosumer – pur dotati di passione e attrezzature costose – si sono semplicemente rassegnati a visualizzare le fotografie a monitor. Velocità e risparmio, oltre a un sottile filo d’indolenza, hanno suggerito la possibilità di fare a meno della stampa. Giustamente, venne il giorno in cui sul forum internet che bazzicavo, giungemmo a chiederci quale termine fosse più appropriato da utilizzare. ‘Fotografia’ è scrittura con la luce o di luce, ma le foto ormai erano sempre meno stampate (dunque, scritte) e sempre più soltanto visualizzate; sicché la proposta fu di ribattezzare questa pratica, chiamandola ‘fotoscopia’. Di fatto, ciò che era nato come frutto di un processo di scrittura su un supporto permanente – la fotografia – si era malgrado tutto riconvertito a una pura e semplice visualizzazione dell’oggetto inquadrato e fermato su un sensore digitale.

Ritengo che questo scarto che può sembrare puramente etimologico, in realtà descrive molto dei cambiamenti intervenuti nella fotografia. E, in parte, anche nell’industria cinematografica. Senza dilungarci, possiamo sintetizzare così: nel secolo scorso, il dibattito che coinvolgeva le arti visive era un dibattito polarizzato in primis sull’interpretazione. I semiologi vergavano nuovi saggi che si sostituissero ai quaderni di Charles Sanders Peirce e così affiorarono i contributi di Roland Barthes, Jean-Marie Schaeffer, Jean-Marie Floch e perfino Susan Sontag. Fu allora che la fotografia si caratterizzò come un dominio difficile da mappare. Alle teorie puramente ontologiche, o della classificazione del segno – di dottrina peirciana – via via si affiancarono altri approcci, finalmente desiderosi di valutare anche il contesto sociologico e umano che gravitava intorno alla fotografia. Nel caso dell’opera di Schaeffer, per esempio, non si trattava più di verificare l’effettiva fedeltà del testo fotografico con il mondo reale, bensì a farsi interessante era la relazione intersoggettiva all’interno della quale avviene la comunicazione della fotografia. Per dirla con altre parole, quel sottile legame stabilito tra il fotografo e lo spettatore della singola istantanea. Sono questi due poli a fare la fotografia e non, come era stato suggerito ai primordi, la macchina automatica che cattura meccanicamente una porzione di realtà, insieme al minuscolo frammento catturato.

Bene, ma cos’è oggi la fotografia? Oggi la fotografia continua a restare una materia ostica e difficile da maneggiare. Specie perché ad avvicendarsi sono sia gli apparati che producono la fotografia, sia i mezzi per renderla fruibile. A cambiare, continuamente, è l’esperienza della visione. Tuttavia non è tutto merito della semiotica, se oggi cominciamo ad avvertire il senso di perdita che la fotografia ci trasmette. Forse, per primi, sono stati gli sviluppi tecnologici connessi al digitale a indirizzarci sulla strada giusta: l’overdose di immagini cui siamo sottoposti – tanto più ne produciamo anche amatorialmente e tanto poco prestiamo attenzione alle immagini – sta svilendo il portato stesso della fotografia; aspetto, questo, che in un futuro prossimo potrebbe indurci verso una rivalutazione dell’intero processo. Un esempio: già da qualche anno si è riaccreditata l’usanza di proiettare le fotografie, assai in voga con le diapositive. Quel che un tempo era possibile grazie al Carousel e ai telaietti di diapositiva, ora sta tornando possibile in virtù dei prezzi fortunatamente più accessibili, sia dei proiettori che delle macchinette digitali. Dunque, si tratta di un ritorno, più che di una innovazione. Sulla scorta di queste evidenze, possiamo ipotizzare che pure in questo moto di rivoluzione si finirà per girare intorno a un asse, probabilmente, tornando a ‘rifare’ più che a ‘fare’.

Diciamolo subito: gli scacchi sono il gioco più elegante e profondo che mente umana abbia mai concepito. Si tratta di un’invenzione millenaria dalle origini ignote, ma a dispetto dei secoli gli scacchi restano tuttora il gioco da tavolo più praticato al mondo. A ogni latitudine, con le stesse regole.

Personalmente, ho cominciato a praticarli a livello agonistico soltanto nei primi anni di università. Troppo tardi per diventare un giocatore migliore, ma abbastanza presto per acquisire un altro habitus mentale. E posso dire di averne ricavato molto, sia in termini di piacere e divertimento, che in termini di maturazione personale. Gli scacchi sviluppano la capacità di pianificazione, il pensiero strategico, l’autocontrollo, ma soprattutto abituano al problem solving, insegnando insieme efficacia e bellezza. Del resto, senza il loro lato estetico patente, probabilmente essi perderebbero buona parte del fascino che gli ha permesso di viaggiare nei secoli e giungere intatti fino a noi.

Fatta la debita premessa, aggiungo due note. La prima: gli scacchi sono un gioco in cui si pensa, prima di muovere. Ora non so bene se – come sostengono alcuni – gli scacchi dovrebbero essere inseriti nei programmi scolastici. Certo, se dovessi associarli a qualcosa che abbia un alto valore didattico li paragonerei al teatro. Il teatro ha un valore formativo immenso, trasmette l’importanza della postura, del respiro, del gesto. Esercita il proprio corpo onde prepararlo al momento dell’azione. Inquadrati in quest’ottica gli scacchi diventano un’attività complementare al teatro, riempiono lo spazio lasciato vuoto. Entrano nella mente, diventano un esercizio del pensiero, diventano studio e, durante una partita di torneo, allenano al silenzio, alla concentrazione, alla misura. La seconda nota: il pensiero scacchistico equivale all’anello di congiunzione tra razionalità e strategia, dunque ha implicazioni che valgono per tutti i campi del sapere. Tempo addietro, studiando i fondamenti del comportamento organizzativo o le matrici del marketing, non potevo fare a meno di scoprire le analogie con la teoria degli scacchi. Le implicazioni erano senza fine: dalla tipica analisi SWOT che sottende qualsiasi valutazione oggettiva di una posizione scacchistica, fino a risvolti puramente psicologici come l’overconfidence, il sunk-cost effect, l’orientamento ai risultati rispetto ai mezzi e alle risorse a disposizione.

Tali evidenze, da sole, spiegano perché questo gioco irrisolto continua a essere ancora oggi assai più che un passatempo ludico, uno sport o una disciplina della mente; si tratta infatti del gioco che può vantare la più vasta mole di letteratura prodotta a riguardo. Marcel Duchamp era solito dire: “Non tutti gli artisti sono scacchisti, ma tutti gli scacchisti sono artisti”, una frase che suonerebbe come una facezia, se non fosse stata pronunciata da uno dei più grandi artisti del secolo scorso, e insieme da un eccellente scacchista: Duchamp rappresentò la Francia per quattro campionati del mondo.

Una frase che rivela il tratto saliente degli scacchi: l’estetica, il bello; il gusto e lo stile di giocare una certa variante, l’eleganza per una combinazione brillante. Una frase, quella di Duchamp, che potrebbe rendere conto della fascinosità di un gioco senza tempo, sovente a torto ritenuto un passatempo noioso o tutt’al più per cervelloni.

Ho conosciuto Vittorio Arrigoni nel novembre 2009, in occasione dell’anteprima di “Gaza, guerra all’informazione”. Fino ad allora l’avevo seguito assai sporadicamente sul suo blog. Non sempre ho condiviso le sue parole, ma ho sempre ammirato il coraggio che usava per convivere con i suoi alti ideali. A chi ne criticava le battaglie, in nome di un pacifismo irrealizzabile, lui poteva replicare con l’orgoglio d’aver praticato quella voglia di cambiare troppo spesso dagli altri predicata soltanto a parole. E poi il pacifismo non ha bandiere. La sua morte, nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2011 mi ha lasciato sinceramente sgomento. Il breve lasso di tempo trascorso tra rapimento e uccisione, a mio avviso, conferma che l’omicidio di Arrigoni altro non fosse che un nuovo tassello nella politica antimediatica adottata da Israele, per occultare l’evidenza dei fatti. Di seguito un breve intervento che pubblicai sul mio blog il 2 novembre 2009.

L’ottimo documentario di Anna Maria Selini, intitolato “Gaza, guerra all’informazione”, affronta di petto quello che forse oggi è uno dei grandi drammi del videogiornalismo di guerra. Dopo l’operazione Piombo fuso che lo stato di Israele ha avviato nella Striscia uccidendo civili palestinesi a centinaia, il motto impresso a caratteri d’oro sulle porte della sede del Mossad secondo il quale occorre “Mentire per vincere” assumerebbe l’evidenza di un lampo nel buio. Improvvisamente pure all’interno di una situazione complessa com’è quella giocata tra Hamas, Fatah e lo stato d’Israele, certamente una parte di verità diventa subito chiara. Gaza ad oggi, come dice Vittorio Arrigoni attivista per la pace che lì continua a lavorare a fianco dei contadini e dei pescatori, risulta essere la più vasta prigione a cielo aperto del mondo. Con ciò, nel momento in cui l’esercito israeliano comincia a sparare sui giornalisti, bombarda ospedali e ambulanze, usa i civili come scudo umano nelle operazioni, ricorre all’impiego di fosforo bianco e altre armi chimiche nei raid aerei, dopo tutto la situazione assume perlomeno dei contorni netti e meno sfumati di quanto i media più organizzati e i vari embedded vogliano farci credere.

Il documentario video, che per la prima volta si concentra sulla famosa collina dei giornalisti vuole almeno mostrare lo stato dell’informazione da quelle parti. Paradossalmente l’immagine di un intero drappello di cronisti e inviati di guerra da ogni stato della Terra, tutti confinati sopra una collina senza alcuna possibilità di muoversi e raccontare storie al di fuori di quel baratro profondo in cui Israele li ha relegati in virtù di una precisa scelta politica, ebbene questa immagine è l’emblema della barbarie che si vorrebbe far passare sotto silenzio. Se una tale barbarie possa andarsene col vento, dovranno deciderlo gli stati che continuano ad appoggiare quasi senza condizioni la strategia militare e anti-mediatica, se così possiamo definirla, di Israele. Più semplicemente, come ieri Federico Montanari ha argutamente osservato durante la proiezione in anteprima del documentario, uccidere la verità è il primo passo per permettere all’informazione non-libera di ricostruirne una nuova secondo i canoni che Israele desidera. Non sembra esservi via d’uscita, tutto dipende dall’impegno che le democrazie occidentali hanno contratto con Israele. Finché, pur nell’evidente violazione dei diritti umani, si continuerà ad appoggiare questa dittatura della menzogna, difficilmente il mondo potrà conoscere una nuova rivoluzione all’insegna dell’umanità. O come meglio ha espresso Vik, nel suo libro e nelle sue corrispondenze, l’unico invito al mondo che guarda senza vedere le condizioni di vita a Gaza può essere uno soltanto: “Restiamo umani…”, diciamo basta.